Articoli ricevuti

a cura di Alessandro Bruni


Indice


In questa sezione riportiamo gli articoli completi online e sintesi brevi (snippet) di articoli pubblicati in forma cartacea citando la fonte e nel rispetto delle regole di copyright dell'editore e dell'autore. Gli articoli sono elencati per autore.

Federico Rampini

Politica e società Pane e cannoni un mondo in guerra e le sue nuove regole di Federico Rampini. Mondadori 2026. Ricevuto il 28 maggio 2026.

Per trent’anni abbiamo creduto di vivere nell’era della globalizzazione: mercati aperti, catene produttive planetarie, cooperazione economica destinata a rendere la guerra sempre meno probabile. Quell’illusione è finita. Oggi l’economia parla il linguaggio delle strategie militari, e al tempo stesso la guerra torna a essere più «normale». Le nazioni combattono sempre con i missili e le portaerei, ma anche con dazi e sanzioni, il controllo di tecnologie strategiche, il dominio su risorse energetiche e materie prime critiche. Le catene di approvvigionamento diventano strumenti di pressione geopolitica. Le aziende private sono arruolate nella competizione tra potenze. I generali entrano nei consigli d’amministrazione e i governi tornano a fare politica industriale per difendere la sicurezza nazionale. È la nuova epoca della geoeconomia, dove commercio, tecnologia, finanza e potenza militare si fondono in un unico campo di battaglia. In questo libro Federico Rampini racconta come siamo arrivati a questa svolta storica e cosa significa per il futuro dell’Occidente. Spiega le nuove dimensioni della rivalità tra Stati Uniti e Cina, destinata a dominare il XXI secolo; perché la Russia resta una minaccia strategica; perché la corsa alle tecnologie decisive – intelligenza artificiale, energia, semiconduttori – determinerà i nuovi equilibri di potere e come è entrato in crisi il modello europeo, un continente che per decenni ha potuto permettersi il lusso del pacifismo perché altri garantivano la sua sicurezza. La storia non ha mai smesso di essere governata dai rapporti di forza. Oggi lo scopriamo di nuovo, mentre le guerre divampano, la capacità militare riemerge come ultima garanzia della libertà, e la sua assenza può risultare fatale. Perché, nel mondo che sta nascendo, pane e cannoni tornano a essere inseparabili: la prosperità economica e la sicurezza nazionale sono ormai due facce della stessa realtà. E ignorarlo è il più pericoloso degli errori.

Luigi Viviani

Politica e società Il valore della nostra Repubblica. Ricevuto il 2 giugno 2026

Gli 80 anni della nostra Repubblica, che celebriamo oggi, sono iniziati con il voto del 2 giugno 1946 che vide la partecipazione dell’89% degli aventi diritto, cioè di 11,9 milioni di uomini e, per la prima volta, 12,9 milioni di donne, Una vera partecipazione di popolo che, oltre alla scelta repubblicana, elesse i componenti dell’Assemblea costituente.

Il primo regalo della Repubblica è stata la nuova Costituzione, frutto di una classe politica plurale che, sulla spinta della Resistenza contro il fascismo, seppe definire un testo esemplare, per chiarezza, equilibrio e completezza, della nostra democrazia- Dai diritti fondamentali della persona: libertà, uguaglianza, giustizia, partecipazione politica, ai diritti sociali della salute, istruzione, lavoro, sciopero. Dall’insieme delle istituzioni democratiche (Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica, Corte costituzionale, Magistratura, Difesa, Sicurezza) al rifiuto della guerra come strumento di aggressione e l’apertura all’Europa e alle istituzioni internazionali. Dall’economia sociale di mercato, frutto della cooperazione tra pubblico e privato, alla promozione della cultura, dell’arte e dello sport.

Questo grande patrimonio di cultura politica e di stimolo all’azione fu alla base della ricostruzione post-bellica, del ventennio del miracolo economico e del pieno inserimento dell’Italia nel contesto internazionale. Accanto agli indubbi risultati son venuti anche i limiti derivanti da classi dirigenti insufficienti e anche corrotte, da occasioni mancate e da un ripiegamento dell’azione politica che progressivamente ha perso la visione del futuro riducendosi spesso a semplice sopravvivenza.

Ma un giudizio fondato su un inizio positivo e un dopo di segno opposto, pur appoggiandosi su- alcuni fatti accaduti, risulta troppo unilaterale per cogliere la complessità del reale. Negli ultimi decenni del secolo scorso da un lato furono presenti tentativi eversivi, tanto di destra (piano Solo) che del terrorismo di sinistra delle BR, tesi a rimettere in discussione la nostra democrazia, ritenendola ancora troppo debole. Essa non solo ha resistito ma, soprattutto nel periodo del centrosinistra, ha attuato un coraggioso tentativo di allargare la base della partecipazione democratica alla gestione del governo del Paese, che costò la vita ad alcuni degli uomini migliori, da Moro ad altri. Ma ha consentito di varare riforme di particolare importanza come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, l’istituzione delle Regioni, il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, il Servizio sanitario nazionale.

Personalmente ho vissuto questa fase impegnato nel sindacato dove ho vissuto uno dei periodi di maggiore protagonismo nella innovazione dei diritti dei lavoratori, che ha portato un contributo non secondario all’irrobustimento della democrazia italiana, anche se non ha realizzato la sfida fondamentale dell’unità sindacale. Nel periodo successivo il sistema politico è stato attraversato dalla crisi della politica dei partiti, con la fine dei maggiori precedenti e la progressiva riduzione degli altri, sotto la spinta del nascente populismo con improvvise vittorie seguite da altrettante cadute, con la diffusione di alcuni diritti senza il contrappeso di relativi doveri e responsabilità. Ciò ha determinato una progressiva caduta della qualità della politica, specie nella visione del futuro del Paese, un ulteriore ridimensionamento della classe dirigente e una diseducazione politica dei cittadini che ha trovato espressione nella caduta della partecipazione al voto.

Oggi l’Italia si trova di fronte ad un futuro incerto, con un quadro internazionale sconvolto dalla diffusione delle guerre senza la capacità politica degli aggressori di porvi fine attraverso la via del negoziato, nel mezzo di un rinnovato dominio della tecnocrazia che, in mano a pochi oligarchi, sta imponendo la sua logica sulle varie espressioni dell’attività umana, sconvolgendo tutti gli equilibri precedenti.

Il nostro Paese risulta largamente impreparato ad affrontare questa situazione, governato com’è da una maggioranza arrivata al potere grazie ad una eccezione della nostra democrazia e con una opposizione che appare sempre meno capace di dar vita ad una vera alternativa. Questo, se rende il nostro futuro quanto mai problematico, non deve farci deflettere dall’impegno collettivo per uscire dalla situazione di quasi paralisi in cui ci troviamo.

In fondo, la nostra Repubblica, nonostante tutto, ci ha consentito un lungo periodo di 80 anni di pace e di avanzamenti pur tra non poche difficoltà. La sua resistenza ai diversi attacchi e tentativi di rimessa in discussione del suo carattere democratico sta innanzitutto nella qualità della sua Costituzione che, nonostante i diversi attacchi subiti, mantiene tutto il suo valore sostanziale di orientamento all’impegno di tutti per una società migliore, Anche nel recente referendum sui magistrati, il fatto che fosse in gioco una parte non secondaria di essa, ha saputo mobilitare i cittadini, ed in particolare i giovani, per garantire la sua difesa. Questa, credo, rimane la speranza che, nonostante i gravi problemi da superare, il nostro futuro è ancora in gioco e meriti la nostra attenzione e il nostro impegno.

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Politica e società Le elezioni politiche del 2027 e il Pd rinvia le scelte di Luigi Viviani Ricevuto il 24 maggio 2026.

Il confronto politico italiano è ormai sempre più orientato verso le elezioni dell’anno prossimo, che, per il momento nel quale si verificano, sono destinate a proiettare i loro effetti oltre i tempi della prossima legislatura. Ciò perché, in un senso o nell’altro, si determinerà una svolta. Dal punto di vista del centrodestra tutto l’impegno è concentrato sull’obiettivo di vincere queste elezioni con un margine di sicurezza che consenta di superare la carenza di legittimazione derivante dall’esito delle precedenti elezioni, per poter, nei prossimi anni, dar vita a una politica di destra senza compromessi. Un obiettivo reso più difficile dal No referendario, che ha cambiato il percorso del governo, rendendo meno sicura la guida di FdI e più attenti e diffidenti Lega e FI che avvertono questo voto come decisivo per il loro futuro.

L’imprevisto attacco di Trump a Meloni e il radicalismo putiniano di Salvini rendono ogni scelta problematica tanto che Tajani si sente sempre meno a suo agio, e cerca di impuntarsi su singoli aspetti. Questa incertezza del centrodestra rispetto al futuro rende possibile anche la scelta di anticipare le elezioni. Del tutto paradossale risulta invece la situazione nel centrosinistra. Nonostante il riflesso positivo derivante dal referendum, e l’incidenza crescente della scadenza elettorale sulle scelte politiche, il Pd non si distacca dal tradizionale ruolo di opposizione al governo e non compie alcun atto che avvii una concreta preparazione della campagna elettorale.

Recentemente siamo arrivati all’assurdo per cui, di fronte ad un gruppo di elettori di centro, stimolato da Prodi, che autonomamente sceglie di appoggiare il Pd, Schlein, con grande miopia politica, si limita a precisare una generica apertura alle varie culture, ma la linea del partito è una e definita. In questo contesto il confronto interno con gli alleati continua a ruotare attorno alla effettuazione o meno delle primarie per eleggere il candidato premier senza decidere nulla, e non si avvia alcun confronto per la definizione del programma. In altri termini, il maggior partito della coalizione di centrosinistra, di fronte ad a un appuntamento decisivo, non assume la responsabilità di orientare e codecidere le scelte di preparazione della campagna elettorale per essere, a differenza del passato, competitivi.

A fronte di questo stallo del Pd, si è sviluppato un intenso attivismo del M5S con il quale Conte rende sempre più evidente la sua intenzione di creare le condizioni per una concreta egemonia grillina sull’intera campagna elettorale. Il segretario del M5S ha scelto, fin da subito, di avviare, da solo, un confronto con l’elettorato, ha sollecitato la costruzione del programma e richiesto, come condizione irrinunciabile, le primarie, anche aperte a tutti, ha pubblicato un libro autobiografico per farsi conoscere, senza chiarire alcun dissenso dei 5 Stelle sulla politica estera. Il tutto con l’evidente obiettivo di diventare candidato premier in alternativa al Pd e guidare l’eventuale nuovo governo.

Di fronte a questa realtà, si profila una campagna elettorale del centrosinistra caratterizzata da incertezze e problemi non ancora risolti che potrebbero condizionarne negativamente l’efficacia. Il comportamento di Elly Schlein caratterizzato da un continuismo di linea di generica sinistra, accompagnato da una testardaggine unitaria mantiene sostanzialmente impreparata la coalizione di fronte ad un appuntamento così rilevante e, nello stesso tempo, lascia tutti gli spazi al M5S di condurre una battaglia all’insegna di una esplicita competizione interna, di segno populista. destinata a lasciare sul suo cammino una scia di incertezze e difficoltà che possono diventare determinanti sull’esito dello stesso confronto elettorale.

Per questo, al punto a cui siamo arrivati, dobbiamo prendere atto che Elly Schlein risulta poco adatta a guidare il centro sinistra di fronte alla complessità dei problemi connessi al governo del Paese, e analogo giudizio riguarda la leadership di Conte che creerebbe ulteriori difficoltà. Molto meglio ricercare assieme un candidato premier che, per cultura, esperienza e credibilità, sia in grado di unire meglio la coalizione e renderla effettivamente competitiva.

Questa, a mio avviso, rimane la sfida necessaria per puntare realisticamente alla vittoria. Se questo non si realizzasse, temo che si torni a perdere, e sarebbe un vero disastro. Potrebbe anche succedere che, dato l’accumulo di errori del governo Meloni, si riesca anche a vincere, come pura differenza di voti, ma anche in questo caso ci ritroveremmo al punto di partenza, con un governo inadeguato ad affrontare il futuro dell’Italia, con la sua preoccupante eredità economica e finanziaria. Ve lo immaginate un governo con i principali ministeri, in casa Pd, assegnati ai vari Furfaro, Braga, e Peppe Provenzano? Auguri!